venerdì 13 febbraio 2009

The Curious Case of Benjamin Button

colore, USA 2008, di David Fincher

Durata: 166 min.

Genere: biografico, a suo modo

Cast: Brad Pitt (Benjamin Button), Kate Blanchett (Daisy), Julia Ormond (Caroline), Elias Koteas (Monsier Gateau), Taraij P. Henson (Queenie), Jason Fleming (Thomas Button), Tilda Swinton (Elizabeth Abbot).
Sceneggiatura: Eric Roth, dal racconto breve di F. Scott Fitzgerald, 1921

Musiche:
Alexandre Desplat

Distribuzione: Paramount Pictures, Warner Bros

AVVERTENZA: lo scritto che segue, per sua stessa singolare natura, reca in sè l'intera trama svelata del film, integrata con i pensieri che ogni parte della storia ha suscitato in quel momento.


Un uomo cieco, costruisce orologi, ed in particolare un orologio, che sarà apposto alla stazione, punto di riferimento di viaggiatori provenienti da ogni parte del paese, e di chi, invece, sta andando via.
Quell'uomo lavora incessantemente alla sua opera, e cresce un figlio, assieme alla moglie. Un giorno quel figlio è abbastanza grande, ed una guerra anch'essa abbastanza grande da diventare la guerra di tutti. Così il figlio parte per la Prima Guerra Mondiale, e i suoi genitori lo salutano alla stazione, la stessa che un giorno ospiterà l'orologio che il padre sta costruendo, e che quest'ultimo spera possa vedere il ritorno del figlio.
In una giornata come tante altre, arriva quella lettera fatidica. Suo figlio non tornerà più dalle trincee.
Così l'uomo, o quel che resta della sua anima, ritorna a lavorare, incessantemente, per costruire l'orologio.
All'inaugurazione ci sono tutti, il sindaco, la gente che conta, e tutti vogliono vedere in movimento il nuovo orologio. L'uomo cieco lo fa scoprire e fa dare la prima carica. Tutti gli occhi si volgono alla lancetta dell'orologio.
La lancetta dei secondi scatta, ma c'è qualcosa di strano.
Scatta al contrario.
L'orologio comincia a battere i secondi in senso antiorario.
L'uomo cieco parla.
Per tanto tempo ha aspettato che il figlio tornasse. Ma la Grande Guerra gliel'ha portato via. Così ha costruito quell'orologio che batte le ore alla rovescia, perchè, forse, suo figlio possa rivivere al contrario la sua vita, salvandosi dall'esplosione che ne ha causato la morte, ritornando con un balzo dietro le trincee, e, poco a poco, fino a quel treno che l'ha portato in guerra, e poi fino alla stazione, da suo padre.
Le persone presenti sono pietrificate.
Il sindaco si rimette il cappelo, e se ne va.
L'orologio resterà per sempre così.
Si dice che quell'uomo cieco sia scomparso in mare, da solo, dopo aver finito di costruire l'orologio.

Inizia così Benjamin Button.
La storia di un uomo alla rovescia, del paradosso di una vita incredibile, piena di soddisfazioni, di felicità, ma anche di profonda malinconia, di rinunce, di un uomo che meritava molto, ma che per volere di un destino crudele, alla fine ha dovuto rinunciare a tutto.
Il suo nome è Benjamin Button, nasce da vecchio e muore da bambino, tra le righe di un diario, così com'è nato, senza niente e senza sapere chi sia.

Sul letto di un ospedale, ai giorni nostri, un'anziana Daisy (Kate Blanchett), rivela alla figlia (Julia Ormond) la sua storia. In punto di morte, ormai segnata dal destino ma avendo vissuto una vita piena, Daisy racconta alla figlia la storia di Benjamin Button, il suo vero padre, mentre dalle finestre, fuori, si raccoglie la tempesta.

Quando la Grande Guerra finì, tra le feste e i balli di una New Orleans del 1918, nasce un bambino in casa Button. La madre muore di parto, e il padre, già distrutto dal dolore, si muove verso la culla del figlio. Uno scatto di follia, di orrore, e corre al fiume, con esso tra le braccia, per gettarvelo.
Lo abbandona a casa di una donna che gestisce una casa di riposo. Lei lo trova, diventerà sua madre, ma fin da subito capisce che è un bambino speciale: il suo volto e il suo corpo sono terribilmente invecchiati - agli occhi di tutti appare come un vecchio nel corpo di un neonato.
Nonostante questo, Benjamin verrà amato da questa sua nuova madre, non meno di quanto l'avrebbe amato se fosse nato dal suo stesso grembo.
Nato vecchio, egli cresce allo stesso modo. Dall'aspetto, Benjamin è un ottantacinquenne, che non riesce neppure a camminare, talmente la sua artrosi ha attaccato le sue ancor giovani e non del tutto formate ossa. Non ha che pochi capelli, è costretto a portare gli occhiali. Nasce in una casa di riposo, tra suoi simili, pur non essendolo, in uno specchio metaforico doppio, dove il vecchio è il nuovo, e il nuovo è vecchio, beffando il tempo, che attorno a lui miete vittime, mentre piano piano su di lui dischiude una consapevolezza che nessuno poteva scoprire.
I dottori sentenziano che la sua grave malattia lo porterà brevemente alla morte. Il tempo, invece, per Benjamin gira al contrario, come le lancette dell'orologio della stazione, e crescendo da vecchio, diventerà giovane. Se ne rende conto quando, in un dialogo fondamentale con Daisy, sotto al tavolo del soggiorno, a lume di candela, di notte, lui dirà "forse non morirò". Nella sua mente di bambino, Benjamin ha capito il meccanismo fantastico che alimenta la sua vita.

Dovrebbe avere sei anni, almeno nello spirito, quando incontra Daisy. E' un amore a prima vista, anche se sono ancora due bambini. Perchè a volte l'amore è solo una sensazione, una breve brezza, un capire che c'è qualcosa di diverso in quegli occhi blu, in quel sorriso, in quel melodioso suono di voce. Alle volte, l'amore deve essere solo appena sfiorato, appena percepito, anche se non del tutto riconosciuto.
E così cresce, tra Daisy e Benjamin, un amore sottile e sfumato, che negli anni li accompagnerà sempre, pur lasciandoli totalmente inconsapevoli, e assumendo forme diverse e provocando sensazioni diverse. Giocano, leggono la loro fiaba preferita e ridono, legando i loro due destini. Daisy si affeziona tantissimo a Benjamin, pur scoprendo dopo il suo segreto, che lui in realtà ha quasi la sua stessa età, pur sembrando un ottantenne.
Lui è diverso da tutti, ma questo lei lo sa già.

Molti incontri cambiano la prospettiva del mondo di Benjamin, tra i quali quello del padre, in cerca di redenzione; amici che lo aiutano a venir fuori dal guscio che il suo fisico decadente gli impone; il Capitano Mike, un uomo che possiede una barca, presso il quale lui lavorerà ancora vecchio, e quindi giovane (abituatevi a questi voli pindarici). Il Capitano gli farà conoscere le gioie del sesso, portandolo nei bordelli di New Orleans dopo aver scoperto che lui era vergine, commosso fino alle lacrime, avendolo creduto vecchio quanto lo appariva.
Benjamin, spinto dalla giovane sangue che gli ribolle dentro, abbandona la casa materna per viaggiare sulla nave di Mike. Conosce il mondo, e spedisce a Daisy, ormai ventenne, una cartolina da ogni posto che visita.
E ne arrivano a decine.
Inspiegabilmente, Benjamin continua a ringiovanire crescendo.
Un giorno, quando ormai ha assunto un aspetto da sessantenne, incontra una donna, Elizabeth Abbott (Tilda Swinton), non giovane, non bella ma misteriosa, legata ad un uomo da un rapporto freddo e sterile, che amerà.
Piccole verità, sottili particolari, perchè in un albergo, di notte, tra due persone può sprigionarsi la magia... e piccole cose assumono il valore eterno del momento: il suono dei termosifoni; l'ondeggiare delle tende della finestra ad un refolo di vento dagli spifferi; l'odore del tè in cucina; il silenzio della hall vuota. E' il momento di pensare a chi sta lontano, di notte, mentre tutto riposa. Mentre tutti i più cari amici dormono, al sicuro nelle loro case, persone alle quali si dona il proprio affetto, ma che sono troppo lontane per percerpirlo a volte, si pensa a come stiano, cosa faranno il giorno dopo, se hanno sussurrato il tuo nome tra le coperte, se ti hanno pensato prima di andare a dormire.
Così, in quell'hotel, la notte, incontra Elizabeth.
Anche se legato a Daisy, Benjamin, nell'impossibilità di far sbocciare quell'amore, non si nega la possibilità di voler bene a qualcun altra, anche se manca qualcosa.
E' una storia come tante altre, che finisce in maniera improvvisa, lasciando a Ben la consapevolezza e la maturità del primo amore, della prima donna, del primo legame vero che abbia potuto mai sperimentare.
E la nave del Capitano Mike riparte.
Benjamin, dopo innumerevoli viaggi, ormai ha l'aspetto di un cinquantenne, ma ha circa ventisei anni.
Torna a casa, dopo aver visto la guerra, dopo aver perso amici cari, e fatto il suo tempo nel mondo esterno.
Come dicono le sue parole, il bello di tornare a casa è quello di guardarla e vederci sempre le stesse cose, di sentire gli stessi odori, quasi gli stessi rumori.
In quella casa, tempo dopo, ritorna anche Daisy.
Riconosce in quell'uomo totalmente diverso, lo sguardo pieno di vita di Benjamin, quel bambino di un tempo, che una volta le faceva battere il cuore.
Lei racconta della sua vita, del tumulto di New York, dove ora fa la ballerina classica. Ha ricevuto le sue cartoline, dove venne a sapere della storia d'amore con Elizabeth.
Quella sera stessa, dopo una danza al chiaro di luna, lei gli chiede se vuole dormire con lei. Molti uomini lo hanno fatto, hanno provato a chiederglielo, e ora lei lo chiedeva a lui.
Ma non è tempo, non è ancora il momento, e Benjamin non vuole svilire il suo sentimento, che gli ha scaldato il cuore per anni, con una notte di sesso, con quella persona amata, ma pur strana, diversa dalla sua Daisy, diversa dalla sua lontana idea di lei.
Non è il momento.
Si separeranno, come spesso accadrà, e tutto da quel momento cambierà.
Benjamin l'andrà a trovare a New York. Ma lei non ha più nulla da dargli, il suo cammino di allontanamento nei suoi confronti è completo, e persone vuote, senza importanza, ombre pallide, la circondano, in una vita fatta di estranietà per Benjamin, di cose oscure e lontane. Daisy adesso sta con un altro, ma è un riempitivo dell'anima, una fonte di calore passiva, che lei s'illude di amare, pur sapendo che non v'è menzogna più veritiera di quella che si rifiuta di accettare.
Benjamin esce dalla sua vita, lasciandosela alle spalle.
Non è ancora tempo, e forse non lo sarà mai.

Le lancette dell'orologio scorrono, e sul viso di Benjamin le rughe s'assottigliano. Le due età separate, quelle del vero cuore di Benjamin, e quelle del suo aspetto esteriore, vengono a coincidere, in quel magico incrocio della mezza età, in cui il destino di un uomo raggiunge la sua pienezza. Nel sovrapporsi delle due linee temporali di Benjamin, il momento in cui idealmente egli diviene in grado di gestire il flusso del suo destino, la storia regala i momenti di maggiore forza emozionale, di coinvolgimento spirtuale.
Bradd Pitt appare finalmente senza trucco, così com'è, quarantenne, se stesso, come Benjamin.
In un'altra sequenza magistrale, dopo quella introduttiva, e la descrizione della magia delle ore notturne negli hotel che ha fatto da cornice alla breve ma emozionante storia d'amore con Elizabeth, Benjamin ci parla, dopo aver ricevuto una lettera, e ci spiega il valore del caso, la sua beffarda valenza di forza inespressiva, equa, livellatrice.
Basta un attimo, e le cose cambiano del tutto. Una teoria del caos lucida, semplice da capire, piena di variabili, che sono le piccole cose della giornata di una persona, che causeranno una serie di eventi, che si concentreranno tutti in un solo istante che, svoltosi, dipanerà una nuova via per i destini di due persone.
E' l'intervento fincheriano unito alla capacità narrativa di Eric Roth, che danzano assieme in un balletto armonioso, fatto di particolari, di presentimenti, di piccole sottigliezze, di cose sfuggevoli che devono essere colte e apprezzate.
Per quella serie di eventi del tutto fortuiti, Daisy ha un incidente, e non potrà più danzare. Benjamin la cerca, la trova, ma lei gli riversa addosso il suo dolore, la sua instabilità, i suoi rimpianti, il rimprovero del suo rifiuto, la colpa di non averlo compreso, i sentimenti che ha dovuto buttare nel vuoto del cuore di qualcun altro, per cui lei poco importava.
Rifiutato, Benjamin torna al suo mondo, e alle sue donne, tante donne, altre storie che servono da spartiacque, come capita spesso nella vita, a far capire l'importanza dell'unico amore che ora non c'è più, ma che forse potrebbe ancora esserci.
Finchè lei non torna.

La storia d'amore tra i due, entrambi giunti alla mezz'età, assume dei toni volutamente immensi, immersi nella più totale malinconica nostaglia di tempi perduti, di giorni spensierati, dell'amore più puro ed ingenuo. Riecheggiano nel modo di vivere questi momenti, centrali nel film, tutta una serie di elementi che fanno parte della nostra vita, dei nostri momenti, dei sentimenti che ci legano alle piccole cose, alle persone, ad istanti irripetibili, forse privi di senso agli occhi degli altri. E' l'essenza stessa dell'amore più sincero, della condivisione di due essenze, della gioia della riscoperta di una vita intera in pochi brevissimi archi di tempo, chiusi per sempre in una loro dimensione unica.
Come un rincorrersi costante, il viso e il modo di fare di Bradd Pitt rievocano la figura del Robert Redford degli anni d'oro, della mitologia degli Anni Cinquanta ma soprattutto Sessanta, in una serie di iconografiche citazioni e apparizioni, modi di vedere le cose, presenze sceniche. Ed è uno sprazzo sottile ma immenso, quello di "Come Eravamo", che riemerge prepotente nelle splendide immagini della Blanchett/Streisand e del Pitt/Redford che vivono alla giornata, spensierati, tra le mura domestiche che si trasformano in una dolce prigione d'amore, accompagnati da "Twist and shout" dei Beatles.
Le sole emozioni che queste sequenze sono in grado di scatenare nello spettatore, rendono il film un'indimenticabile esperienza, persino più intensa della storia stessa che scorre senza lungaggini o inceppamenti narrativi, nonostante la lunghezza insolita del film (166 minuti), alla quale il pubblico odierno non è abituato.
La magia sospesa di questo momento, rende la dipartita di Benjamin tanto dolorosa quanto era stato meraviglioso per lo spettatore vivere la sua storia con Daisy.
Con l'arrivo di una figlia, la stessa che legge il diario di Benjamin al capezzale della madre morente all'inizio del film e durante tutte le fasi si intermezzo, Benjamin decide di andarsene.
Dice a Daisy che non potrà essere il padre di sua figlia, perchè altrimenti Daisy dovrà crescerli entrambi. Benjamin, infatti, sente che il suo corpo sta ringiovanendo ancora. Ormai si è abituato al corso del tempo alla rovescia che lo ha da sempre accompagnato. Quando era piccolo e vecchio, invidiava i bambini che giocavano dall'altra parte della strada. Ricorda ancora com'era, all'inizio, il suo corpo, il progresso nel tempo, la perdita della vecchiaia.
Adesso sa che non si fermerà, che continuerà. Non potrà crescere sua figlia, perchè arriverà al punto in cui avranno la stessa età nell'adolescenza.
Così Benjamin sparisce, lasciando tutto il denaro possibile alla sua famiglia, in una sequenza estraniante, in cui Daisy si sveglia e capisce, osservandone i gesti, i movimenti, che il loro "per sempre" è appena finito. Ma non fa nulla... non si alza, non ci riesce, perchè qualcosa la ferma, la appesantisce... è il peso della coscienza, della responsabilità. La nuova vita che avevano messo al mondo meritava ogni possibilità che a Benjamin era stata negata, e tutto il suo amore.
Per questo, Daisy lo lascia andar via.

Gli anni passano, e Daisy, una sera, chiudendo la scuola di danza che da anni gestisce, dopo l'incidente, vede una figura alla porta. E' un ragazzo... ma è il volto di Benjamin il suo, da ventenne. Brad Pitt appare spaventosamente giovane. Il suo volto è stato ricostruito con la computer graphic, riportato alla forma fisionomica e giovanile dei tempi di "Thelma e Louise", e forse ancora oltre nel tempo - una sconvolgente realtà irreale, che impedisce la sua rivelazione. Il trucco c'è, ma è impossibile da scovare, per quanto di ci si sforzi - un'evenienza mai occorsa nella storia del cinema finora, e degli effetti speciali. Bradd Pitt è giovane, ha circa venticinque anni, e non c'è modo di convincersi del contrario, che in realtà abbia superato la quarantina, e che quello che appare non sia altro che una meravigliosa sospensione dell'incredulità materializzatasi in forma fisica, palpabile.
Ecco che la Blanchet, invece già sessantenne, ormai sposata, presenta a Benjamin la quasi sua coetanea figlia. E Julia Ormond, la figlia che legge la storia nel 2003, si ricorda improvvisamente di quel ragazzo che fu suo padre, incontrato tanti e tanti anni fa.
Dice "era lui...".
Lo spettatore viene travolto da un senso di disorientamento, di paradossale poesia, dall'inganno visivo più meraviglioso che la storia del cinema abbia mai partorito, dall'incanto più affascinante che insieme storia e arte dell'illusione possano mai aver creato.
E il vero amore, rimasto per sempre sospeso tra Daisy e Benjamin, riaffiora in una notte di unione, dove lei conosce il ragazzo ventenne che doveva esser suo quando il tempo in realtà li aveva privati di quella loro gioia. E' il cuore che, ribellandosi a tutto, al flusso delle cose, alla realtà del mondo, ritorna a quelle emozioni, mai dimenticate, a quei momenti infiniti. Benjamin e Daisy si appartengono, a discapito di ogni legame esistente nelle loro vite con altre persone, a discapito persino del destino e del tempo stessi.
Si appartengono e si apparterranno per sempre, in ogni tempo, in ogni stagione della loro vita.

La spettacolare quanto in apparenza anonima trasformazione di Pitt nel finale, è sorprendente quanto gli effetti speciali applicati all'inizio, quando Button è un bambino vecchio, ma pur sempre dai tratti somatici di Pitt. Siamo allo stato dell'arte dell'effetto speciale, quello che non si vede, neppure all'occhio più critico ed allenato, perchè perfetto, e che può solo essere desunto dall'impossibilità materiale che l'evento che crea sia possibile nella realtà. Possiamo solo capirlo da ciò che ci suggerisce la logica che l'inganno esiste, e questa è la consacrazione di un'arte cinematografica fin troppo spesso criticata ed attaccata. E' porre la firma sulla storia.
La straordinaria metamorfosi di Pitt non va intesa come unica perla del film a livello visivo e induttiva alla coerenza narrativa. Sconvolgem infatti, anche la perfezione assoluta del make-up di Cate Blanchett all'inizio del film, nel 2003, e lei sta spegnendosi nel suo letto, con accanto la figlia.
La fisionomia della vecchiaia è riportata con una perfezione anatomica e materiale al di fuori delle capacità della percezione umana di poterne comprendere l'inganno. Lo splendido, raggiante volto della Blanchett, raggiunge qui uno stato di forma d'arte nell'essere devastato dai segni della vecchiaia, una vecchiaia possibile, vera, realistica fin oltre l'inverosimile. Le rughe d'espressione sono perfettamente accentuate, e un valore particolare l'ha il trucco delle labbra. Se fra trent'anni la stessa attrice non assumerà quei tratti, forse la natura avrà sbagliato qualcosa nel suo acccompagnarla verso l'anzianità.
E la delicatezza nel mostrare quest'età, questo tempo, non ha eguali finora.

David Fincher ci regala una storia degna di altri script importanti di Eric Roth (basata su un racconto breve di F. Scott Fitzerald, del 1921), come Forrest Gump, e strabilia per la diversità dei temi che affronta, e del modo in cui dirige, per la complessità di questo film stratificato, nonchè per la completezza di cui esso è permeato nel dipanarsi lungo la trama. La solarità di alcune scene del film, pur permeate dalla malinconia, è il marchio di un cambiamento di registro che chi sta dietro la macchina da presa ha operato in funzione della storia, della sacra integrità narrativa. Questo è un chiaro e permanente sintomo di maturità professionale raggiunta.
La mano del regista ci accompagna nella storia, attraverso immagini di rara bellezza e delicatezza, di percezioni sottili, di sapori e di odori, di ricordi. Come dimostrano le varie sequenze e dialoghi particolari inseriti nel film, ci sono momenti in cui il tempo si ferma, e ci si ritrova a riflettere alle cose più comuni con un'ottica diversa, a cercare di percepire il senso nascosto della realtà banale. Splendida in questo senso tutta la parte iniziale del film, ambientata per paradosso in un ospizio, con tutti i suoi meravigliosi ospiti anziani, specchi scuri del giovane vecchio Benjamin, e ambasciatori di un mondo che lui non conoscerà mai per il verso giusto.
La casa di riposo diviene un luogo di crescita, anche per lo spettatore, che impara a consocerne le mura, a parlare con i suoi ospiti, a cercarvi anch'egli le proprie risposte, a sforzarsi di poter vedere la luce della stagione filtrare dalle finestre, attraverso l'aria di New Orleans.
Il medesimo discorso sulla maturità del cast tecnico vale anche per la coppia d'attori, scelti tra figure iconiche ma soprattutto in possesso di tutta la capacità artistica e umana necessaria per reggere dei ruoli non facili, che attraversano tutta la sfera dei sentimenti dell'uomo, e lo fanno vibrando nel flusso del tempo, dispiegando un intreccio d'umanità assoluta.
Lo sforzo recitativo di Brad Pitt in particolare, qui raggiunge il suo massimo climax, arrivando addirittura a giocare con la propria persona, ritornando giovane dopo essere stato vecchio e meno vecchio, avendo il coraggio di rispecchiarsi sia in un futuro di decadimento prossimo, sia in uno sfolgorante e rigoglioso passato di giovinezza, entrambi mondi insidiosi, dai confini difficili da valicare.
Il coraggio di Pitt e della Blanchett è encomiabile, e valevole dell'ammirazione che solo la più alta forma di recitazione può suscitare.
Menzione d'onore alla fotografia, che come si è percepito dalle descrizioni finora riportate, ha del magico, il fascino del sospeso, del delicato, del silenzioso. La musica originale, poi, non poteva essere da meno, cullandoci nell'incanto malinconico della memoria del passato vissuta dal presente, e attraverso la vitalità dei ricordi della vita di Button, mentre quella vita veniva vissuta.
Tutta questa inspiegabile quando stupenda sinergia, questa confluenza di artisti in un fortuito stato di grazia collettivo, aggiungono al momento della nascita della storia un irripetibile unicità, quell'alito di vita in cui spesso una simile creatura difetta.
Tutto, di The Curious Case of Benjamin Button, sembra volerci prendere per mano, sussurrandoci "lasciate che tutto questo vi cambi la vita".
E non è concesso a cuore d'uomo poter rifiutare questa proposta.

Il film ha un epilogo prevedibile, perchè il restringersi a ritroso nella forma d'infante di Benjamin è logico nella sua illogica progressione durante tutta la storia. Daisy, a sua volta, procede all'inverso nel suo acquisire un ruolo di madre, da quello di partenza d'amica, e poi amante.
Sarà lei che si occuperà di Benjamin bambino, fino a che, lentamente, ogni ricordo dalla mente di lui, progressivamente, verrà a perdersi tra le nebbie di un cervello che si sta riducendo, che non ha più spazio per salvare i ricordi di tutta una vita. La memoria si cancella, perchè invece che espandersi si restringe inesorabilmente, e tutti quei ricordi, tutto quell'amore, tutta quella vita meravigliosa di Benjamin Button, scomparirà per sempre.
Quando la storia giunge al suo epilogo, la figlia di Daisy si allontana perchè si avvertono delle sirene. L'uragano Katrina ha raggiunto New Orleans. Daisy, in silenzio, spira in pace, pensando a Benjamin, e guardando fuori dalla finestra, mentre un colibrì, dal battito d'ali veloce più dell'occhio, passa rapidamente. Anche Benjamin l'aveva visto, quando la sua vita aveva raggiunto il culmine. E' un segno poetico che simboleggia un passaggio, una figura quasi soprannaturale, incarnata in un uccello la cui vita è un continuo lottare ai confini del tempo.
Allora Daisy si ricorda dell'ultimo sguardo di Benjamin.

E' giunto il tempo di rimuovere l'orologio della stazione. Per troppo tempo ha ingannato il tempo, scorrendo alla rovescia. Un freddo orologio digitale, dal corretto e rigoroso funzionamento, viene montato al suo posto.
Da qualche parte, tra le braccia di un'ormai anziana Daisy, il neonato Benjamin si spegne, addormentandosi per sempre, lanciandole l'ultimo sguardo, carico di consapevolezza, forse, o di nulla, come può esserlo lo sguardo di un piccolo neonato, pieno d'amore, nei confronti della madre.
E tutto, iniziando, finalmente finisce.

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The Curious Case of Benjamin Button

lunedì 26 gennaio 2009

The Cure - Burn

Burn

"Don't look don't look" the shadows breathe 
Whispering me away from you 
"Don't wake at night to watch her sleep 
You know that you will always lose 
This trembling adored 
Tousled bird mad girl... " 
But every night I burn 
Every night I call your name 
Every night I burn 
Every night I fall again 

"Oh don't talk of love" the shadows purr 
Murmuring me away from you 
"Don't talk of worlds that never were 
The end is all that's ever true 
There's nothing you can ever say 
Nothing you can ever do... " 
Still every night I burn 
Every night I scream your name 
Every night I burn 
Every night the dream's the same 
Every night I burn 
Waiting for my only friend 
Every night I burn 
Waiting for the world to end 

"Just paint your face" the shadows smile 
Slipping me away from you 
"Oh it doesn't matter how you hide 
Find you if we're wanting to 
So slide back down and close your eyes 
Sleep a while you must be tired... " 
But every night I burn 
Every night I call your name 
Every night I burn 
Every night I fall again 
Every night I burn 
Scream the animal scream 
Every night I burn 
Dream the crow black dream 
Every night I burn 
Scream the animal scream 
Every night I burn 
Dream the crow black dream 

Dreaming the crow black dream...
Dreaming the crow black dream...
Dreaming the crow black dream...
Dreaming the crow black dream...

Written by Robert Smith, Simon Gallup, Boris Williams, Perry Bamonte
Performed by The Cure
Courtesy of Fiction Records Ltd. and Elektra Entertainment. (1993)

The Crow Soundtrack, 1993

Ci sono tanti tipi di opere, di composizioni, di poesie, di canzoni, di parole, ma ognuna di queste cose si può distinguere dalle altre soltanto per una sola ragione: la capacità di trascendere se stessa e di veicolare un flusso d'emozioni di tale potere da stordire, confondere, spezzare, distruggere, far gioire, annichilire.
Questa è una storia che affonda le sue radici nel goth degli Anni Ottanta, quel glorioso periodo in cui la parola "avanguardia" aveva ancora ragion d'essere nel mondo della musica: artisti come Joy Division Bauhaus, Dead Can Dance, e The Cure, erano in grado di evocare il sacro fuoco della poesia nelle loro opere, rivoluzionando il modo di fare musica in tutto il mondo, e dando vita ad una nuova "wave" che porterà sconvolgimenti un pò in ogni campo dell'arte.
Durante quel magico ed oscuro decennio, tra il 1981 e il 1989, James O'Barr crea e porta a termine la sua opera magna: il Corvo.
Confluendo con forza nelle sue pagine, l'aria di quegli anni si trasforma in poesia visiva, la massima arte possibile, frutto di fusione tra media e punti di vista, tra modi di fare poesia diversi, tra modi di far nascere emozioni differenti.
Eric, il Corvo, è un frammento di follia oscura che reca in sè l'ombra di mille personaggi disperati, di mille storie nere, di mille poeti maledetti. Egli è una nenia cantata da Ian Curtis, un urlo disperato di Robert Smith, e la furia nera dell'abisso, del pozzo oscuro senza fondo dalla quale nasce ogni tipo di logorante malinconia e tristezza.
Così, quel fumetto raggiunge gli Anni Novanta, e diventa film, trascinandosi dietro altre storie oscure, altri lutti, altri nuovi capitoli da scrivere su quell'abisso.

Robert Smith, spinto dalla curiosa voce che vedeva lui come modello di riferimento visivo utilizzato da James O'Barr per dare vita ad Eric - una voce di corridoio varie volte smentita dallo stesso O'Barr -, decide di partecipare alla colonna sonora del film, scrivendo un pezzo unico, inedito.
Quel pezzo, si chiama "Burn".

Con un crescendo angosciante ma glorioso, infiamma quei pochi fotogrammi che rendono memorabile il film, regalando alla storia del cinema uno dei suoi momenti di massima ispirazione e bellezza visiva e auditiva, al di là del vero valore artistico del film, non all'altezza dell'immensa storia raccontata da O'Barr sulle pagine del suo fumetto. Eric, appena riemerso dal mondo delle tenebre, ritorna nel suo appartemento, dove la sua promessa sposa è stata barbaramente stuprata e uccisa, e i flashback, violenti ed improvvisi, lo stordiscono... e lentamente gli fanno recuperare la memoria.
Eric viene di nuovo ucciso assieme alla sua amata, Shelly, e riprova tutte quelle emozioni, una dopo l'altra. Finchè lo sparo lo stordisce, e allora nasce una nuova consapevolezza... un bruciante senso d'ira che lentamente sale dalle viscere del suo spirito e lo brucia, come "burn", che sale piano piano assieme a quella forza oscura, e rossa, e inarrestabile.
E' la vendetta.
Eric, impazzito dal dolore, rinasce dalle tenebre, trasformandosi da essere fragile e disorientato, a quello strumento di perfetta e fredda determinazione che lo porterà a distruggere le vite di chi gli ha tolto tutto. Il suo viso si trasforma, diventando la maschera della vendetta, mentre Eric si trucca da Corvo, il bianco della morte, il nero della disperazione, un sorriso oscuro, che porterà morte a chi ha dato morte. La maschera che rivela in realtà ciò che è più vero e profondo in lui, forse in ognuno di noi.
I versi perfetti di Smith, e il suono drammatico e fatale che li accompagna, creano un climax devastante, che distrugge i sensi, che brucia ogni possibile via di fuga, che ci costringe a raggiungere con Eric il limite, oltre il quale si può solo continuare a vivere, o morire. E siamo sul baratro con lui.
La voce disperata di Smith descrive con foga l'ossessione, del sogno oscuro del Corvo, che ritorna ogni volta, sotto forma d'ombra, parlando allo spirito tormentato dell'uomo che ha perso tutto. Assieme ai ricordi, il "sogno oscuro del Corvo" colpisce sempre più forte, perchè il dolore serve a ricordargli cosa deve fare, qual'è il suo compito, perchè è tornato. 
Ogni notte lui la sogna e lei non c'è più. Ogni notte urla il suo dolore, ma è un dolore che è allo stesso tempo costate e furioso, è sempre presente, un dolore che non è comune perchè non comune è il cuore che lo prova.
Così, dice l'ombra, il Corvo, non guardarla mentre dorme, perchè altrimenti saprai cosa potresti perdere. Non guardarla... non guardarla... 
Le parole sono tutte negazioni, il Corvo parla per negazioni, come in "The Raven" di Edgard Allan Poe, e il suo "nevermore!", "mai più!".
Mai più. Non potrai sfiorarla mai più. Non sarà mai più tra le tue braccia. Non potrai mai più toccarle il cuore, incrociare il suo sguardo pieno d'amore. Mai più. Mai più.
E così ogni notte sogna quello che non può avere. Ogni notte il suo spirito brucia, aspettando che il mondo finisca, che tutto venga distrutto, perchè niente ha più importanza, niente.
E così ogni notte tutto ricomincia.

"Every night I burn 
Dream the crow black dream."

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sabato 24 gennaio 2009

Valkyrie

colore, USA/Germany, 2008, di Bryan Singer

Durata: 120 min.

Genere: thriller bellico

Cast: Tom Cruise (Colonel Claus von Stauffenberg), Kenneth Branagh (Major General Henning von Tresckow), Billy Nighy (General Friedrich Olbricth), Terence Stamp (Colonel General Ludwig Beck), Tom Wilkinson (General Friedrich Fromm), Carice Van Houten (Nina Schenk Graff von Stauffenberg), David Bamber (Adolf Hitler), Thomas Kretschmann (Major Otto Ernst Remer), Christian Berkel (Colonel Albrecth Ritter Mertz von Quirnheim), Eddie Izzard (General Erich Fellgiebel), Harvey Friedman (Dr. Joseph Goebbels), Matthias Freihof (Heinrich Himmler), Kenneth Cranham (Field Marshall Wilhelm Keitel).

Sceneggiatura: Christopher McQuarrie, Nathan Alexander

Musiche: John Ottman

Distribuzione: MGM, United Artists

La storia che nessuno ha mai raccontato
Era il 20 Luglio del 1944, quando il complotto ordito da mesi fu finalmente messo in atto. Un'esplosione, durante un briefing militare nel rifugio segreto del Wolf's Lair, in Polonia. Adolf Hitler doveva morire in quella stanza, attorniato dai suoi generali, e porre così fine ad una guerra insensata, e alle atrocità che il Partito Nazista stava mettendo in atto da anni.
Claus von Stauffenberg, e alcuni altri importanti membri della Wehrmacht e dalla politica della Germania, portarono avanti il sogno di una nazione tedesca senza Hitler, di un nuovo ordine, che avrebbe soppresso le follie della gerarchia nazista, della quale loro fecero parte, prima di aprire gli occhi, e di risvegliarsi da quell'incubo.
E' una storia vera, drammaticamente vera, che ha in sè risvolti tragici, ma che segna un'importante passo nella storia della resistenza tedesca al nazismo, che dimostra che non tutti i tedeschi erano accecati dalla propaganda, dalle bugie, dall'irregimentazione, dal controllo totale, dall'adorazione, dall'aberrazione. Una storia che dimostra che l'umanità a volte riemerge nei momenti più inaspettati, nei contesti più improbabili, anche nei cuori soggiogati dal male.
Una storia che, purtroppo, pochi conoscono, e che andava raccontata.

L'Operazione Valkyrie
Il film parte dalle premesse storiche e ne segue per filo e per segno l'andamento, in un modo molto fedele, puntellando la storia qua e là di finzioni narrative atte a reggere la trama. L'incipit è la formazione del cavaliere integgerrimo che porterà avanti la sua crociata, nonostante tutto. In mezzo alle sabbie dell'Africa, gli Africakorps stanno resistendo, anche se la guerra volge loro contro. Stauffenberg è lì, con i suoi dubbi, già da allora, che pensa, e si rende conto che Hitler non è solamente il nemico dell'Europa e del mondo, ma soprattutto dei Tedeschi.
Un uomo duro il colonnello Claus von Stauffenberg, perchè ha combattuto tra gli Africakorps, e perchè viene mutilato dalla dedizione al suo paese, ma forse più che altro, dall'errore nell'aver ceduto quella dedizione al Partito Nazista.
I Mustang coprono il cielo, e gli alleati bombardano. Stauffenberg si ritrova solo, sepolto nella sabbia, ormai segnato per sempre da quella follia che è la guerra, che è più grande di ogni altra cosa dell'uomo, e che non risparmia nessuno. La sua mutilazione, la perdita dell'occhio sinistro, della mano destra, e di due dita della mano sinistra, sono ferite reali, che il vero colonello ha subito, ma che in questa storia assumono un altro significato. E' l'immagine di un regime che ha privato i tedeschi della propria autonomia, soggiogandone le vite ed il pensiero, mutilandone l'orgoglio, strappandogli l'umanità, privandoli del suo libero arbitrio.
Tom Cruise, nonostante le polemiche sul suo essere consono o meno al ruolo, ci mostra un ufficiale nazista freddo, duro, come doveva esserlo Stauffenberg, perchè Africakorps, perchè un soldato della Wehrmacht, ma anche perchè la guerra lo segna per sempre, e la consapevolezza di questa perdita per un'ideale falso, grava su di lui come un macigno. Eppure non si lamenterà mai di ciò che ha perso, perchè è un soldato, un uomo che se si prefigge uno scopo pensa solo a portarlo a termine, senza discutere, senza lasciare che qualcosa possa impedirglielo. In questo, la rigida disciplina che gli è stata imposta da tutta una vita, è forse utile allo scopo.
Il suo attaccamento ai valori della famiglia tedeschi è evidente da come viene presentata quest'ultima, da come viene usato il numero dei figli per sorprendere. E sarà proprio la famiglia ad essere il suo sprone, l'ultimo pensiero in vita, prima di perderla quella vita.

Stauffenberg fa parte di un comitato che complotta dietro le quinte per cambiare il destino della Germania. Assieme ad un gran numero di congiurati, egli, ormai distrutto nell'animo e nel corpo, si dimostrerà l'uomo più deciso tra tutti nel voler porre fine ad una tragedia che ormai sta dilaniando il suo popolo e il suo paese, nonchè mietendo vittime in tutto il mondo. Lui è il più grande nemico di Hitler e del suo sogno folle, ma ancora questi non lo sa.
La fredda, cieca determinazione dello Stauffenberg mostrato da Cruise, doveva essere molto vicina a quella del personaggio che interpreta, perchè fu ordito un complotto quasi perfetto, dove tutto aveva un suo scopo, atto alla completa distruzione dello status quo, per far rinascere una nuova Germania, guarita dal pericoloso virus dell'antisemitismo, della follia xenofoba, fuori dalle nebbie di improbabili motivazioni razziali e storiche nel portare avanti una guerra che era solamente un mero e puro strumento di conquista violenta.
Per tutta la storia, Stauffenberg si dimostra il perno inamovibile attorno al quale ogni evento girerà, volente o nolente. Sarà lui a progettare un "aftermath" alla morte di Hitler, sfruttando lo stesso piano di difesa concepito dallo Stato Maggiore in caso di disordini interni o di insurrezioni: l'Operazione Valkyrie.
Questo meccanismo infallibile, entrava in funzione alla conferma dello stato d'emergenza, ed assicurava i punti strategici di Berlino, e quindi la solidità della catena di comando, tramite l'Armata delle Riserve, che avrebbe preso il controllo rapidamente di ogni quartiere e centro di comando vitale per il mantenimento dell'ordine. Tramite l'alterazione di alcuni passi dello schema della Valkyrie, Stauffenberg riusciva così a rivoltare contro i gerarchi nazisti la loro stessa ultima spiaggia, il loro scudo contro un pericolo di un complotto come quello del colonnello. Ironicamente, l'Operazione Valkyrie si sarebbe rivoltata contro di loro, tagliando la testa al serpente nazista.
Un governo provvisorio, formato dal comitato decisionale dei congiurati, avrebbe sostituito le massime cariche dello stato, e come prima istanza, sarebbe stata esecutivo la resa della Germania alle forze Alleate.
Un governo che mai salì al potere, perchè, come la storia ci racconta, il disperato tentativo dei congiurati e di Stauffenberg, di cambiare il destino della loro patria, fallì e fu soffocato nel sangue.

Lottare contro la marea
Fin dall'inizio, con le urla del giuramento nazista, il film getta gli astanti nel vortice nero dell'esaltazione di massa che a quell'epoca il popolo tedesco stava sperimentando. L'angoscia che pervade tutta la pellicola, i silenzi di Cruise i suoi sguardi gelidi e corrucciati, sono tutti protesi ad enfatizzare il senso di ineluttabilità che la storia ha in sè come inevitabile conseguenza del fatto che essa è ben nota, e quindi è inevitabile il confronto con la verità storica.
Benchè raramente divulgata in maniera meritevole, la vicenda del complotto del 20 Luglio è nota, e chiunque sa per certo che Hitler vide la fine di quell'anno, al contrario di quello che volevano i congiurati. Dunque si gioca proprio su questo, sul senso di immedesimazione che si crea tra lo spettatore e il protagonista, perchè essi sanno, e il senso profondo di questo legame ce lo mostra come un uomo solo, un uomo morto che cammina, un eroe forse, un cavaliere segnato dal fato che porta avanti la sua missione, nonostante sappia già che essa richiederà la sua vita, e forse molto di più.
L'accuratezza storica è notevole, rispetto ad altri film basati su grandi eventi, le cui pomposità hanno poi travolto il senso delle vicende narrate. Il gesto è nobile e notevole, va lodato: raccontare questa parte importante della Seconda Guerra Mondiale è un atto che restituisce il dovuto valore storico ai fatti, ma è anche soprattutto un grande gesto morale. Viene mostrato un popolo tedesco diverso, che riesce a divincolarsi, tramite il dolore, dalla morsa della propaganda, ed è disposto ad immolarsi per l'amore del proprio paese, ma questa volta dalla parte giusta. Non per fanatismo dunque, ma per amore.
Le parole di Stauffenberg, quando dice che per salvare la sua patria dovrà tradirla, sono un chiaro esempio di come una vita di servizio verso determinati ideali, abbiano comunque lasciato una profonda cicatrice interiore, un conflitto irrisolto forse, ma che non gli impedisce ancora di capire quale strada porta all'oscurità, e quale alla luce.
Bryan Singer guida con sicurezza la trama, e indugia sulla figura di Stauffenberg, che risulta un uomo solo, chiuso in se stesso, conscio della strada senza uscita che sta percorrendo. Sono ben mostrati anche gli altri personaggi, tutti inestricabilmente avvolti in questa ragnatela fatale, ognuno con la sua capacità di affrontare il proprio destino, con il suo carico di pesanti responsabilità negli occhi.
Buone le interpretazioni di Hitler e del suo entourage, con particolare attenzione a Goebbels, infido e spettrale, un contenitore gelido per una follia delirante. Anche se il Fuhrer è comunque un personaggio particolarmente scomodo da rappresentare, perchè troppo noto, troppo pesante tra le pagine dei libri di storia, il ruolo viene giostrato bene, senza abusi di presenze su schermo, nè tronfie manifestazioni dovute a clichè. Hitler è qui anzi un uomo curvo, torvo, chiuso in un silenzio totalmente opposto alle urlanti scene da pulpito. E' una rappresentazione non curiosa ma più veritiera del personaggio.

Glisso totalmente sulle polemiche riguardanti la realizzazione del film, in quanto non pertinenti al modo in cui viene rappresentata la storia qui. L'accuratezza dei fatti, e la drammaticità della narrazione, merita rispetto, come anche la voglia di raccontare un fatto che ha grande importanza all'interno della storia tedesca, e che dimostra come i cattivi, a volte, non sono mai del tutto cattivi, ma solo momentaneamente ottenebrati. La voce della ragione può emergere in qualsiasi momento, basta solamente che la mente e il cuore si aprano.
Così si decide di averne abbastanza, che è troppo; ci si muove per modificare un destino crudele, contro forze che si sanno essere molto più potenti di quello che si può schierarvi contro. Mentre l'Operazione Valkyrie va in atto, e assistiamo sgomenti ad una presa interna di Berlino, che le pagine di storia a scuola non ci hanno mai raccontato, sappiamo che è inutile, che la cieca insistenza di Stauffenberg nel portare avanti il suo piano, nonostante l'attentato sia fallito, è l'ultimo sforzo di un uomo la cui volontà di voler cambiare le cose ha superato di gran lunga la capacità di cui la sua grandezza umana poteva disporre.
Di fronte allo sforzo di questi uomini, di questi grandi uomini che hanno lottato contro la marea immensa, infinita, non possiamo che osservare anche noi un minuto di silenzio, ricordandoli non solo per quello che hanno già fatto, ma anche per ciò che non sono riusciti a fare, e che la storia ha poi per loro portato a termine, nove mesi dopo, con la presa di Berlino e il suicidio di Hitler.
Bastava aspettare per vedere il loro sogno realizzato, ma noi li onoriamo proprio perchè, a differenza di tutti gli altri, loro non hanno aspettato affatto.

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Album su web:

Valkyrie


martedì 6 gennaio 2009

Gallows Pole


Gallows Pole

Hangman, hangman, hold it a little while,
Think I see my friends coming, riding many a mile.
Friends, did you get some silver?
Did you get a little gold?
What did you bring me, my dear friends, to keep me from the Gallows Pole?
What did you bring me to keep me from the Gallows Pole?
I couldn't get no silver, I couldn't get no gold,
You know that we're too damn poor to keep you from the Gallows Pole.
Hangman, hangman, hold it a little while,
I think I see my brother coming, riding many a mile.
Brother, did you get some silver?
Did you get a little gold?
What did you bring me, my brother, to keep me from the Gallows Pole?
Brother, I brought you some silver,
I brought a little gold, I brought a little of everything
To keep you from the Gallows Pole.
Yes, I brought you to keep you from the Gallows Pole.


Hangman, hangman, turn your head awhile,
I think I see my sister coming, riding a many mile, mile, mile.
Sister, I implore you, take him by the hand,
Take him to some shady bower, save me from the wrath of this man,
Please take him, save me from the wrath of this man, man.
Hangman, hangman, upon your face a smile,
Pray tell me that I'm free to ride,
Ride for many a mile, mile, mile.
Oh, yes, you got a fine sister, she warmed my blood from cold,
Brought my blood to boiling hot to keep you from the Gallows Pole,
Your brother brought me silver, your sister warmed my soul,
But now I laugh and pull so hard and see you swinging on the Gallows Pole
Yeah, swingin' on the gallows pole!

(traditional arranged, "LED ZEPPELIN III", 1970 Atlantic Records)

La Forca
(traduzione a cura di Angela Branca e Davide Sapienza)

Boia, boia, aspetta un attimo,
mi sembra di vedere i miei amici arrivare, dopo una lunga cavalcata.
Amici, avete dell'argento?
Avete un po' d'oro?
Cosa mi avete portato, amici cari, per sottrarmi alla forca?
Non ho potuto portare argento,
non ho potuto portare oro,
sai che siamo troppo poveri, dannazione, per sottrarti alla forca.

Boia, boia, aspetta un attimo,
mi sembra di vedere mio fratello arrivare, viene così da lontano.
Fratello, hai dell'argento?
Hai un po' d'oro?
Cosa mi hai portato, fratello, per sottrarmi alla forca?
Fratello, ti ho portato dell'argento,
ti ho portato un po' d'oro,
ti ho portato un po' di tutto per sottrarti alla forca,
sì, ti ti ho portato di che sottrarti alla forca.

Boia, boia, volta la testa un attimo,
mi sembra di vedere mia sorella arrivare, dopo una lunga cavalcata.
Sorella, ti prego,
prendilo per mano,
portalo in qualche luogo nascosto,
salvami dall'ira di questo uomo,
ti prego portalo via,
salvami dall'ira di quest'uomo.

Boia, boia, sul tuo viso un sorriso,
ti prego dimmi che sono libero di cavalcare,
cavalcare per molte miglia.
Oh, sì, hai una sorella deliziosa,
ha riscaldato il mio sangue che era freddo,
lo ha fatto diventare bollente
per sottrarti alla forca, sì.
Tuo fratello mi ha portato l'argento,
tua sorella mi ha riscaldato l'animo,
ma ora rido e tiro forte
e ti vedo penzolare dalla forca,
sì, penzolare dalla forca, penzolare dalla forca.

(Da "LED ZEPPELIN - Tutti i testi con traduzione a fronte - 1994 Arcana Editrice)

Non mi ero mai soffermato a riflettere meglio su questo meraviglioso pezzo tradizioneale opportunamente trasformato nelle capaci mani dei Led Zeppelin. Oltre ad essere un pezzo estremamente famoso, ottimo per le serate in acustica nei locali, e trascinante come pochi, ha una storia dietro sé, che ho avuto il piacere di scoprire.
L'origine di questa ballata è da far risalire fino ad un antico pezzo tradizionale chiamato "The Maid Freed from the Gallows" , che fu poi adottato dai cantastorie neri degli stati del sud, in America.
Narra di una fanciulla che viene portata al patibolo, e nella breve attesa che segue prima di esser impiccata, ella vede arrivare alla sua esecuzione varie persone a lei legate, nella speranza che qualcuna di queste possa aiutarla a salvarsi dal destino ineluttabile che la condanna. Dapprincipio vengono alcuni parenti, tra i quali il padre e i fratelli, ma sono tutti troppo poveri per salvarla dalla forca, e le rivelano che sono lì solamente per assistere all'esecuzione. Infine, giunge l'amante, che finalmente porta dell'oro per riscattare la sua donna.
Uno studio di Riccardo Venturi pone in risalto il fatto che la donna sia stata condannata per aver perso un oggetto di grande valore - che metaforicamente rappresenterebbe la verginità prima del matrimonio. Da qui la pena capitale, che si addatterebbe al periodo storico, ed il senso dato al riscatto da parte dell'amante.
La ballata finisce bene, ovviamente, come dimostra l'ultima strofa.

I Led Zeppelin modificarono questo pezzo, pur mantenendone la struttura inalterata, ovvero una composizione a ripetizione di strofe con piccoli cambiamenti. Il loro apporto fu soprattutto nella realizzazione del crescendo, che dalla bellissima introduzione s'innalza costantemente, con l'aggiunta di nuovi strumenti man mano che i personaggi giunti a salvare l'anonimo condannato si susseguono nel tentativo di placare "l'ira del boia". Il crescendo si sposa alla perfezione con la struttura della ballata, per via della ripetitività delle sue parti, che si prestano ad ogni nuovo ciclo al rinnovo del compartimento strumentale.
La variazione più importante è a livello del testo. Il pezzo, inizialmente, era tradizionalmente legato ad un significato metaforico e simbolico, ed era didascalico. La morale era legata all'importanza di mantenere la virtù intatta, per evitare una morte che molto spesso era più che altro spirituale, non fisica.
Quando la ballata ha cominciato a diffondersi in America, di certo ha acquisito un diverso valore morale, che si è evoluto infine nella versione degli Zeppelin.
La variante fondamentale del finale, infatti, conferma questa sua trasformazione: qui il boia, nonostante sia stato riempito di doni, abbia approfittato della virtù della sorella del condannato, e sia stato quindi soddisfatto abbastanza per liberarlo, si dimostra spietato, e porta a termine l'esecuzione, non nascondendo un ghigno che rivela sadismo.
E' una metafora e un messaggio quello che gli Zeppelin cercano. Il messaggio è legato alla contestazione della pena di morte, che si concretizza nella sua visione come cieco strumento che non ascolta la ragione, che non si pone il problema dell'umana compassione e della pietas. La metafora è da legarsi all'inelluttabilità della vita, a determinati cambiamenti che non possono essere messi in atto, perchè esiste una volontà superiore, molto spesso umana, che nega questa possibilità, e conduce ogni cosa al suo tragico epilogo senza soluzione.
L'inelluttabilità è scritta sul ghigno del boia che porta a termine il suo compito nonostante tutto, e che nega ogni possibiltà di far cambiar il corso delle cose, e quindi nega la stessa vita.

Links:

Wikipedia: Led Zeppelin III


Credits:

Canzoni contro la Guerra

venerdì 12 dicembre 2008

Akira アキラ

(it. Akira アキラ)

Manga: colore e b/n, Giappone, Kodansha,1982, disegni e storia di Katsuhiro Otomo

Anime: colore Giappone, 1988, scritto e diretto da Katshuiro Otomo

Durata: 124 min.

Genere: Cyberpunk

Chi non conosce profondamente la cultura giapponese non può capire Akira. Per il fruitore medio, potrebbe essere una storia tra le tante, un'ennesima iterazione del cyberpunk, un esempio tra i tanti di come un tipo di fantascienza molto in voga all'epoca abbia attecchito sulla carta stampata e sul grande schermo. Niente di più superficiale. Dentro Akira coesistono e coabitano tutti i cinquant'anni di storia giapponese antecedenti all'opera, contemporaneamente, stratificati in un complesso visivo-narrativo unico, che ha aperto una voragine mediatica e artistica senza precedenti, dentro la quale molti altri si sono addentrati, rivoluzionando il modo di fare manga e anime nel Sol Levante, e il modo in cui l'Occidente si rapportava a questo mondo senza pari.

Generazione Akira

Akira è un urlo rivoluzionario.
Punto di rottura fondamentale nella produzione giapponese di manga il capolavoro di Katsuhiro Otomo è lo spietato ritratto dei giorni nostri, attraverso un diverso modo di vedere le cose. E' un mondo in cui gli adolescenti ormai sono senza guida, fanno comune a sè, si organizzano in sub-culture e sub-società, dove spadroneggia la legge del più forte - l'esempio classico è la visione di Otomo della scuola del futuro, un preoccupante punto d'arrivo al quale quella del presente sembra ambire.
Questo modo di rappresentare il futuro prossimo venturo di Otomo, è un chiaro segno da parte dell'autore di rivoluzione sociale. Il Giappone è un paese annegato e congelato in delle convenzioni sociali estremamente rigide, che condizionano tutti i rapporti tra le persone, codificandone i gesti, le parole, persino gli sguardi. E' un mondo a parte, che gli occidentali molto spesso non comprendono,o che sottovalutano ampiamente. Il rispetto di queste regole è essenziale, e valori come l'onore, il rispetto degli anziani, la propria utilità all'interno del quadro dello sviluppo del paese, sono di fondamentale importanza. Persino chi si ribella in Giappone lo fa con ordinata compostezza. 
La visione di un futuro in cui le convenzioni sociali in giappone hanno ceduto il posto ad una selvaggia struttura anarchica in cui nessun valore ha più importanza della semplice legge della sopravvivenza, è per certi versi sconvolgente per un mondo come quello appena sopra descritto. 
Gli abitanti di Neo-Tokyo vedono la loro città invasa da truppe di teppisti, che qui vengono mostrati come capaci di aggirare ogni tentativo di ricostituire l'ordine. Sono arbusti spinosi cresciuti sotto i semi dell'anarchia post-bomba e post-moderna, annegati in un mare di tecnologia a buon mercato che li libera da molti vincoli prima impossibili da abbandonare. La gioventù di Akira domina la società giapponese in netta contrapposizione alla rigida struttura del passato, rappresentata dai militari, qui visti come massima autorità, addirittura al di sopra dei politici, che solo apparentemente sembrano manovrare le vicende. 
Kaneda e Tetsuo, i due protagonisti assoluti della vicenda, sono due teppisti, senza prospettive, senza illusioni, profondamente assuefatti alla loro vita priva di legge e morale, tossicodipendenti, seppur nel pieno controllo della propria esistenza, chi più chi meno. 
Kaneda più di Tetsuo sembra capire le regole della strada, e sembra scorgervi un minimo di onore, di senso del dovere e della fratellanza, ovvero gli antichi valori del Giappone perduti tra le rovine di un mondo decadente. Per questo Tetsuo non è in grado di essere un vero capo, un dominatore, seppur dotato in seguito di ogni potenzialità fisica per esserlo. 
La scena della scuola, all'inizio del film, è comunque l'elemento essenziale che permette al giovane spettatore giapponese di capire come potrebbe essere il suo mondo di domani, e all'anziano come i suoi errori potrebbero permetterlo. Da questo punto di vista, Akira ha segnato l'inizio di una nuova generazione narrativa, dove forse la visione idilliaca di un giappone che ignora la crisi attualmente in atto per proporci una versione edulcorata del futuro, è palesemente calpestata, investita dalla moto rossa di Kaneda. Sebbene altri avevano percorso questa strada, il clash generazionale in Akira è fisico, come un diretto allo stomaco. Presto il futuro di Akira diverrà il possibile futuro non solo del Giappone, ma del mondo intero, aprendo una breccia intergenerazionale e interculturale, investendo come un maglio ogni parte del mondo, facendo all'improvviso apprezzare l'arte dei mangaka orientali nel resto del pianeta, e il messaggio che questi artisti possono trasmettere, veicolato soprattutto dal potente apparato mediatico-visivo dell'anime. 
S'incastra alla perfezione, in questa visione sociale devastata, il prologo che vede l'apocalisse nucleare investire la capitale del Giappone - nazione che è stata l'unica, finora, a subirne le piaghe sulla propria pelle. La guerra, spettro oscuro del mondo nipponico, perchè legata ad una tradizione gloriosa del mondo antico, ma anche ad un epilogo tragico e doloroso nel mondo moderno, incombe su tutto, riportando alla memoria tramite immagini forti di paesaggi devastati e dell'immensa esplosione nera delle prime pagine, una storia che ancora fa male, che pesa su tutti i Giapponesi. 
Aprendo così Akira, Otomo ci fa subito comprendere che questo è un manga che parla degli errori del passato, che li vuole affrontare, finalmente, per porli davanti agli occhi di tutti, per smettere di far finta che non esistano. E' un manga adulto, che non scenderà a compromessi, che affronterà temi difficili, come l'etica sulla manipolazione genetica, sul confine tra la tecnologia e la coscienza d'essa, sulla fragilità di un sistema politico ormai vecchio e imbolsito, e sulle difficoltà dell'uomo di convivere in una società multietnica e multiclasse, senza vivere in uno stato di conflitto sociale perenne. 
Quella di Akira è una comunità allo sbando, che è talmente cieca da non poter comprendere i propri limiti, di capire che ormai la situazione ci è sfuggita di mano da troppo tempo. Un mondo che si affida indirettamente alle mani dei giovani privi di futuro che lo popolano, i quali cercano di far da sè in ogni situazione, anche quando c'è da salvare il mondo. La società adulta ha ormai loro voltato le spalle, e c'è solo da rimboccarsi le maniche e pensare a fare meglio che si può con quello che si ha. I giovani sono senza controllo qui perchè semplicemente la generazione precedente non ha fornito loro le giuste basi per poter crescere in maniera sana, con la coscienza che ogni azione si ripercuote sul proprio mondo, e ogni atto di distruzione è una crepa su un sistema precario che sta per cedere. Il monito sempiterno del cyberpunk, qui colto alla sua essenza vitale da Otomo, e riadattato per la sua nazione, parla una lingua più comprensibile tramite le maglie della trama di Akira, e veicola il suo messaggio attraverso l'elemento visivo, che colpisce con il degrado del mondo post-urbano e la pochezza spirituale di una società ormai vittima del consumismo sfrenato e del dio denaro che, ormai, sembra aver convinto definitivamente i Giapponesi a porre fine alla loro infinita ricerca del dogma religioso per eccellenza.

Un nuovo sistema: 
Akira sulla carta 
Le visioni d'alta scuola del "regista" Otomo, le quali tavole erano già perfette per uno storyboard vista la sua esperienza come animatore - vicinanza mediatica confermata poi con la realizzazione del film relativo - balzano fuori dal, per loro, scomodo supporto cartaceo, per riempire il nostro campo visivo con una nuova visione d'insieme dell'arte di fare manga. Otomo ci delizia e ci angoscia con i suoi tipici scorci di palazzi, grattacieli, una vegetazione di cemento dell'incubo urbano delle megalopoli odierne e del futuro, la claustrofobica oppressione delle nostre stesse creature architettoniche, che ci sovrastano e ci soffocano, sembrando giganti imbattibili che si divertono a deriderci dall'alto. 
L'impatto visivo è enorme, quando l'intera megalopoli di Neo-Tokyo prende forma sotto i nostri occhi, con ogni cosa al suo posto, dal grande dettaglio alla carta straccia per le strade. E' un luogo dell'anima, puramente letterario, la classica megalopoli cyberpunk incrocio di razze e di interessi, dominata dalle corporazioni, ma è anche un poderoso e terrificante mix di odierni modelli, le città all'interno delle quali noi viviamo, il meltin pot di culture e di usanze in cui siamo immersi elevato all'ennesima potenza, con un tratto esponenziale nella sua esasperazione man mano che il futuro si allontana da noi. 
Otomo ci porta attraverso le sue strade sulla moto di Kaneda, dal punto di vista più basso della scala gerarchica, della spietata piramide sociale, e ce la fa attraversare di corsa, come se l'asfissiante angoscia dell'agorafobia industriale potesse soffocarci da un minuto all'altro.
I personaggi sono vivi e crudi, senza tanti scrupoli nell'agire, perchè chi resta indietro è perduto, chi resta fermo semplicemente cade. Ognuno agisce per portare a termine un suo scopo preciso, e le strade di ogni personaggio s'intersecano l'una con l'altra, creando un vivo affresco in cui le linee narrative procedono dinamiche e in maniera appassionante. 
Solo Kaneda sembra l'unico che vorrebbe tirarsene fuori, da questa trama stratificata, ma non può, perchè deve rispondere al proprio orgoglio ma soprattutto al proprio, inaspettato, senso del dovere. Proprio quello, una delle caratteristiche peculiari del giapponese medio, della sua tradizione, che riemerge a sorpresa in un anarchico e sconsiderato come Kaneda, ci fa capire che Otomo vede la luce in fondo al tunnel. Kaneda deve fermare Tetsuo, perchè in qualche modo si sente responsabile delle sue azioni. E' un membro della sua banda, e nonostante tutti i poteri spaventosi di cui è dotato, Kaneda ne è ancora il capo, il diretto superiore, e lo deve fermare. Il legame che li unisce, quello della fratellanza e dell'amicizia, poi, lo costringe con ancor più decisione a volergli sbarrare la strada a tutti i costi. 
La sua ostinazione è encomiabile e sorprendente, e spinge il lettore a chiedersi che cosa avrebbe potuto fare quel ragazzino se soltanto la società in cui viveva glielo avrebbe permesso - un ritorno alla riflessione sugli errori della generazione precedente alla sua, che gli ha tagliato le gambe. 
Tetsuo, invece, è lo stesso ritratto della degenerazione del mondo di Akira, un parveneu che dai bassi sobborghi, territori proprietà delle bande motociclistiche, assurge allo stato di dio sulla terra, in una ripida scalata dei gradini della gerarchia costituita che ha dell'incredibile , per vertiginosità e verticalità. 
La follia di Tetsuo è anche quella dell'uomo che dal nulla diventa troppo potente, senza passaggi intermedi, ma soprattutto quella di chi ha talmente tanta rabbia in corpo da confondere la necessità di cambiamento con la volontà di stravolgimento dello status quo che, sotto forma di potente desiderio nascosto, attanaglia tutti gli uomini, ma che dev'esser controllata per non sfociare in un tremendo atto di distruzione totale. 
La contrapposizione Kaneda/Tetsuo rende il manga Akira un'opera magistrale, dai toni epici, che verrà ricordata nei decenni a venire.

Un nuovo mondo: 
Akira sullo schermo 
La trasposizione filmica di Akira ha in sè forse dei gravi torti narrativi nei confronti dell'opera originale, in quanto si avvisa una linea narrativa tagliata in molti punti, per necessità tecniche. E' tuttavia un'opera magna anch'essa, in quanto ha aperto una via maestra che poi è stata attraversata da ogni artista che ha reso grande l'animazione adulta sul grande schermo. Da qui si capisce che alcuni tagli operati sono stati necessari, e che poco hanno tolto ad una storia che è, e resterà, di grande respiro, adatta per sua natura ad una trasposizione su grande schermo. 
Prima di Akira, il mondo occidentale pensava che in giappone si producessero "cartoni animati" alla stregua dei lavori di Nagai di due o tre decenni prima. Opere leggere, forse emotivamente coinvolgenti, ma sempre dedicate ad un pubblico infantile - anche se, e qui si apre un'altra riflessione incompatibile in questo ambito, essi ignoravano che anche le opere di Nagai avevano per obiettivo un pubblico vasto ed eterogeneo in Giappone, e di conseguenza andavano rilette a diversi livelli di comprensione. 
Quelle persone, ovviamente, si sbagliavano. 
Akira ha avuto l'effetto di una bomba nucleare sul mondo dell'animazione mondiale, trasformando di fatto il suo genere in una forma d'arte assoluta ed indipendente, dotata di una maturità propria e palese. Dopo Akira il mondo dell'animazione è diventato cosciente delle proprie capacità e delle proprie potenzialità inespresse, e ha cominciato ad osare sempre di più. 
Uno dei punti di continuità fondamentali dopo Akira è stato il lungometraggio di Ghost in the Shell, vero e proprio erede spirituale di quest'opera, che ha definitivamente aperto le porte dell'animazione giapponese a tutto il mondo. 
Le scene d'apertura di Akira sono sconvolgenti anche sul grande schermo, e riportano viva la paura della guerra, del nucleare, della crisi del mondo del futuro, che ha radici nel nostro attuale sistema. 
Le scene d'azione sono tutte state trasposte fedelmente, in quanto Otomo ha sempre riportato sulla carta vignette come frame, dotate d'alta visionarietà cinematografica, che si sono rivelate molto semplici da trasporre sullo schermo, con una continuità ed un'integrità raramente viste in un passaggio da un media ad un altro. Così la moto di Kaneda sembra bucare lo schermo, divenendo un'icona inconfondibile in tutto il mondo, come la sua giacca, anch'essa rossa, con la pillola bicolore stampata sulle spalle - un simbolo forte di quotidianità consumistica applicata alle droghe, ormai una realtà farmacologica comune nel mondo di Neo-Tokyo. 
In chiusura, le scene finali, vere e proprie prove tecniche dell'apocalisse, sono entrate a far parte della storia dell'animazione e dell'immaginario collettivo, e forse non sono mai state più replicate, nella loro forza visionaria, perchè troppo potente la passione dietro la loro realizzazione e la forza artistica che ne hanno sancito l'affermazione oltre il dogma dell'appartenere ad un capostipite. 
Akira, assurge così all'olimpo delle icone dell'animazione, dei film su grande schermo, ma soprattutto della fantascienza, divenendo un'opera citatissima, e foriera di nuove tecnologie - dalla CGI, al prerecording -, che saranno tutte rilevate e potenziate dai successori, anche occidentali. 
A proposito di questo, c'è da dire che ancora oggi Akira ha mostrato di aver segnato particolarmente la cultura occidentale, soprattutto quella americana, dove il film ha avuto un impatto tremendo, dato che in Europa si era più vicini alle opere d'animazione giapponese, per via di una più aperta mentalità artistica in questo senso. 
Oltre alle varie citazioni americane di Akira fatte da più artisti, è di questi giorni la notizia della realizzazione futura di un live-action targato USA, che, se da una parte si macchia d'essere superfluo e per nulla complementare ad un'opera già completa e alta come Akira, se non altro ci dimostra quanto l'impatto di questo lungometraggio d'animazione giapponese abbia modificato la visione di questo genere che aveva in precedenza la società americana.

Akira è tutto questo ed oltre. Akira è l'urlo di una generazione perduta, una disperata richiesta d'aiuto, l'amarezza di chi non cerca riscatto e si nutre quindi della rabbia, la consapevolezza d'essere senza speranza, la critica a tutto ciò che è l'uomo oggi, l'epilogo di una società ormai in declino da troppo tempo.






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Akira

venerdì 12 settembre 2008

Memento

(it. Memento)

colore e b/n, USA, 2000, di Christopher Nolan

Durata: 113 min.

Genere: thriller psicologico

Cast: Guy Pearce (Leonard), Carrie-Ann Moss (Natalie), Joe Pantoliano (Teddy Gammel), Mark Boone Junior (Burth), Russ Fega (Waiter), Joria Fox

(Leonard's Wife), Stephen Tobolowsky (Sammy Jankins), Harriet Sansom Harris (Mrs. Jankis), Thomas Lennon (Doctor), Callum Keith Rennie (Dodd), Kimberly Campbell (Blonde), Marianne Muellerleile (Tattooist), Larry Holden (Jimmy)

Sceneggiatura: Jonathan Nolan (basato sul suo racconto breve "Memento Mori"), Christopher Nolan

Musiche: David Julyan

Fotografia: Wally Pfister

Montaggio: Dody Dorn

Distribuzione: Warner Bros

Tutti abbiamo bisogno di ricordi
Esiste un modo e un tempo adatti a vivere determinate opere d'arte che trascendono il senso comune della percezione, della comprensione, della penetrazione del reale che ci circonda. E' bene essere in queste particolari circostanze quando ci si accosta a delle opere come Memento, più che una semplice sequenza di fotogrammi su schermo, uno stato mentale.
Tutta l'intera struttura che Memento si prefigge e riesce a creare, dalla prima scena fino all'ultima, è destabilizzante, profondamente caotica nel suo perfetto ordine non lineare, colma di verità nascoste tra le righe, pronte per esser colte da chi vuol coglierle, ma soprattutto da chi è in grado di farlo.
Supremo esempio di come il montaggio sia non solo funzionale all'opera cinematografica, ma anzi sua fondamentale risorsa per ricreare una narrazione visiva, per costruire un invisibile quanto palpabile sentiero tra le immagini e i suoni, il film di Nolan, il secondo in ordine di tempo, giunge a ristabilire un dogma tanto amato da registi poco ordinari, quanto ormai divenuto una specie di etichetta da sfoggiare per dimostrare d'essere alternativi. La non linearità della narrazione di Memento lo rende una perla unica nel cinema di ogni tempo, quasi un oggetto di studio, di ricerca, perchè lo sforzo che propone allo spettatore è una potente mungitura neuronale, che costringe alla massima tensione, al bando dei cali d'attenzione, anche quelli che rientrano nel nanosecondo come spazio d'esistenza. Ogni parte dell'opera, ogni fotogramma, ogni parola, va soppesata, esaminata con sospetto, poi riordinata e ricollocata nel suo giusto ordine, per costruire quell'immenso puzzle sconnesso che siamo chiamati a risolvere, mentre la narrazione ci prende per mano in questo viaggio allucinante nei meandri della memoria e dei suoi inganni, delle sue meraviglie, del suo abisso.

La storia è la prima parte d'originalità presente in questo composto anomalo.
Leonard, il protagonista, è un uomo che ha un problema: la sua memoria anterograda è stata danneggiata nel suo funzionamento, per cui non riesce a mantenere dei ricordi a breve termine, per più di qundici minuti. Dopo quel lasso di tempo, i suoi ricordi e la sua realtà ritorna ad un punto ben preciso della sua memoria passata, resettando ogni cosa, facendo tabula rasa. Così non ricorda più dove ha dormito la sera precedente, nè tantomeno cosa ha mangiato appena quindici minuti prima, chi ha conosciuto la mattina precedente... e se si dilunga in una conversazione per più di quei fatali quindi minuti, non solo non ricorderà più l'oggetto della tale discussione, ma non si ricorderà più neppure di conoscere il suo interlocutore.
Leonard era un agente assicurativo incaricato di individuare le frodi dei clienti della sua compagnia. Una notte, mentre dormiva al fianco della moglie, viene aggredito brutalmente, la compagna uccisa, lui colpito alla testa in maniera violenta. Il trauma della perdita della moglie e del danno fisico ricevuto a causa del colpo alla testa, riducono Leonard ad un uomo spezzato, infranto, privo di una vita normale, di un corso della vita normale, ordinario. L'impossibilità di ricordare qualcosa per più di quindici minuti lo taglia fuori dal mondo, come è lecito aspettarsi. Persa ogni cosa, Leonard decide che deve dare un senso alla sua vita, e per farlo deve trovare e uccidere il killer di sua moglie.
Non è una semplice storia di vendetta, no, ma un vortice vertiginoso in una mente spezzata, attraverso frammenti di realtà mnemoniche che si spargono ovunque senza un ordine lecito, senza nulla che sembra poterli accomunare. E' la vita di Leonard, la nostra al momento in cui ci immedesimiamo in lui attraverso lo stato dell'arte dei montaggi e della direzione registica, che ci pongono al suo posto, nella confusione, nel non sapere, nell'inconsapevolezza della nostra precaria esistenza.
Così, Leonard decide di vendicarsi. La sua condizione fisica particolare, però, lo costringe a prendere dei provvedimenti per far sì che questo suo progetto possa andare in porto. Tramite la tragica storia di Sammy Jankins, che lui conobbe durante uno dei suoi incarichi prima dell'aggressione, veniamo a sapere che per chi ha questo tipo di disturbo, l'annotazione su taccuini e fogli di bloc notes vari di ciò che si deve fare è particolarmente deleteria. I fogli si perdono, si spargono, sono supporti mnemonici surrogati inefficienti.
Per questo Leonard trova un sistema innovativo e superiore. Tramite tatuaggi, egli imprime sulla sua pelle, sul suo corpo, ogni indizio utile trovato per identificare il colpevole dell'omicidio della moglie, trasformandosi egli stesso nella sua motivazione, nel mezzo e nell'attuatore della sua vendetta. Le scritte permanenti marchiano il suo corpo in maniera indelebile, come i ricordi avrebbero dovuto fare con le sue cellule cerebrali, per fissarne la memoria. Così egli non avendo memoria ha comunque modo di poterla simulare.
Il suo corpo diventa così una mappa mnemonica vivente, un percorso labirintico da seguire, un rebus pulsante di intenzioni.
Il metodo, è ciò che distingue Leonard da Sammy Jankins.
Le fotografie, istantanee polaroid, sono un'altro mezzo di controllo che Leonard utilizza per impedire che il caos disordini la sua vita e confonda il suo percorso. Volti, oggetti, luoghi, vengono tutti immortalati e catalogati tramite didascalie nelle polaroid, per definire il mondo attorno a sé - un mondo che ha sì forma, ma che cela le sue vere intenzioni, perchè continuamente dimenticate. Così, tramite quelle didascalie, Leonard comunica al suo futuro io, dimentico di ogni cosa, se quel volto fotografato è un volto amico oppure uno nemico, se in quel posto egli è già stato e cosa rappresenta, qual'è la sua auto, dov'è il luogo dove risiede attualmente.
E' la fotografia, che da sempre è servita all'uomo per immortalare un istante, renderlo perenne nel tempo, per prolungarne la memoria, qui funge da protesi mnemonica vera e propria, nell'estensione di questa sua funziona presso la nostra normale percezione dei ricordi. Le foto e i tatuaggi, creano una sinergia inestricabile, inscindibile, che sostituisce la memoria di Leonard con dei surrogati, non altrettanto efficaci ma funzionali, rudimentali e ingegnosi sistemi di sopravvivenza al fato avverso.
Leonard ha dei nemici, gente che lo usa per i propri scopi approfittando del suo disturbo; per questo è necessario che egli mantenga il registro di quegli eventi negativi e delle persone che li hanno causati, che lo porterebbero fuori strada, lontano dal suo vero obiettivo. Il suo mondo è quindi un caos di sospetti, paranoie, allucinanti dubbi, atroci dilemmi. Non può fidarsi di nessuno e chiunque potrebbe essere un elemento di disturbo, un approfittatore, un potenziale ostile. Leonard può solo fidarsi di se stesso, degli indizi che il sè dei quindici minuti prima ha lasciato al sè di adesso.
La sua realtà si basa su una continuità messa in opera da sè stesso, in un raro esempio di principio di autodeterminazione personale.
Il personaggio di Leonard è fisiscamente incarnato da Guy Pearce, entusiasta di prendere parte al progetto di Memento, e immagine ideale dell'uomo che vuole rappresentare. Impeccabile nel mostrarsi sperduto ma risoluto, Pearce firma la sua migliore interpretazione di sempre, regalando al grande schermo un personaggio indimenticabile.

La struttura del film è il vero punto di forza di tutta l'opera, basata sulla storia, partorita da essa. Il montaggio del film è a dir poco geniale quanto contorto.
Il film è suddiviso in due linee narrative parallele ma con moto opposto, che si susseguono costantemente durante tutta la durata dell'opera. La prima linea narrativa, composta da spezzoni di cinque minuti l'uno, è a colori, ed è montata all'inverso. Quindi, ne risulta che il primo blocco di cinque minuti di questa linea narrativa, è l'ultima scena del film, mentre l'ultimo blocco è la prima scena della storia. Durante questa linea si sviluppa la vera e propria narrazione, il ciclo vitale della storia, dell'indagine e della folle corsa alla vendetta di Leonard.
Questi spezzoni a colori di cinque minuti, sono inframezzati da altri spezzoni, in bianco e nero, montati in maniera cronologica. Qui Leonard parla al telefono con un misterioso interlocutore, di cui nemmeno lui ricorda l'identità, essendo più di quindici minuti al telefono con lui. In questo ciclo narrativo assistiamo al racconto di Leonard su Sammy Jankins, alla genesi del suo metodo, al modo in cui a volte Leonard si tatua da solo il corpo.
Tutto questo è introdotto da una scena breve, che introduce i titoli di testa, dove assistiamo allo sviluppo di una polaroid appena scattata. In seguito appare Leonard che spara alla testa a qualcuno. Questa breve sequenza è girata all'inverso, e funge da introduzione non solo al film, ma all'intero sistema narrativo che utilizza. Lo spettatore è dunque cordialmente avvisato da Nolan, che la sua opera non sarà nè ordinaria nè tantomeno pietosa verso chi non ama riflettere profondamente su ciò che vede e sente.
La drammatica introduzione musicale a questa scena, di David Julyan, assieme ad altre tracce durante il film, colpisce per la profonda tristezza che è insita nel dramma di Leonard, quello di essere un uomo senza memoria, senza passato, senza identità, senza futuro nè speranza. La musica della colonna sonora originale è fondamentale in questo film, come lo sono anche i silenzi.
Dopo l'introduzione ecco uno degli spezzoni cronologicamente lineari, in bianco e nero, con Lenny che si risveglia in una stanza d'albergo. Ancora la musica, sempre uguali per la linea narrativa in bianco e nero, che inquieta, perchè è sottilmente infida, scandisce metronomicamente un tempo inesistente per Leonard, che afferma questa sua incertezza così:
"Allora.. dove sei? Sei in una stanza d'albergo... ti sei svegliato e sei in una stanza d'albergo. Ecco la chiave. Per te è come se fosse la prima volta che sei qui, ma invece potresti essere qui da una settimana, o da tre mesi... è difficile dirlo. No, non lo so. E' solo una stanza qualunque."
E' un brano inquientante, all'interno del quale si possono rintracciare ombre del lavoro che Akira Yamaoka ha compiuto per Silent Hill, il videogame della Konami del 1999.
L'intera colonna sonora originale è costellata da brani melliflui, a volte molto lenti, che scorrono come un banco di nebbia mentale. Spesso alla fine dei brani vi sono dei dialoghi tratti dalle sequenze in bianco e nero del film, dove Leonard riflette o parla al telefono, a sottolineare quanto la musica nel film sia complementare alla narrazione.

Christopher Nolan tocca con Memento l'apice della sua carriera registica. Narra la leggenda che gli venne in mente l'idea del film discutendo in un viaggio in macchina la cosa con il fratello, Jonathan, che aveva scritto il racconto breve dal quale il film è tratto, "Memento Mori". Durante un'intervista, il regista ha ammesso che era terribilmente attratto dall'idea del narratore inaffidabile, dell'investigatore incapace di risolvere qualcosa che era stato causato da egli stesso. Come avviene in altri film del genere, come in "Angel Heart", ci troviamo di fronte all'incertezza, al dubbio tra i dubbi, al fatto lampante che forse il nostro punto di vista potrebbe essere del tutto falsato. Cos'è sicuro, cos'è la realtà, e dove inizia l'errore, lo sbaglio?
Determinati interrogativi esistenziali come questo hanno il potere di gettare il panico anche il più forte e deciso tra gli uomini, e qui se ne fa uso ad arte.
Il geniale montaggio pone inoltre lo spettatore ad immedesimarsi completamente nella storia. Nella linea narrativa a colori, quella montata alla rovescia, la prima scena è sempre l'ultima della scena a colori successiva, un espediente utile a ricreare il senso della perdita del senso, ovvero la non lineare sequenza con cui Leonard acquisisce le informazioni o semplicemente vive il momento. E' efficace, terribilmente efficace, tanto che chiunque abbia visto Memento anche solo per dieci minuti, sperimenterà un senso di confusione, d'incertezza e di smarrimento totali. Chi non si alzerà subito dalla poltrona, verrà inghiottito all'interno del vortice della malattia di Leonard, e cercherà di risolverne la vita come lui farebbe con la sua, cercando di mettere assieme i pezzi di quel mosaico impazzito che si ha davanti.
I due continuum narrativi differenti, a colori montato alla rovescia, e in bianco e nero montati in maniera regolare, confluiranno in un'unica sequenza alla fine, fondendo tutte le differenti realtà frammentate in un'unica grande domanda, il dubbio finale tra i più atroci.
Nolan firma una rivoluzione cinematografica che è sorpresa pura, interesse totale, che non lascia chi riesce a catturare, a resistere per i primi minuti. E' il ritorno al cinema che sa trasmettere la magia dell'inverosimile, della sospensione dell'incredulità, della voglia di lasciarsi andare. E' un'opera infinita, d'infinite potenzialità, che definisce il cinema.
L'odissea di Leonard non è un'esperienza per tutti, anzi. Benchè nell'edizione speciale del dvd esiste una versione montata cronologicamente, il vero nerbo di Memento è proprio la sua forza distruttiva e dissociativa nei confronti della convenzionale percezione del mondo, della realtà.
Di Leonard è il pensiero finale, ma nostro è il dubbio, il tormento, perchè noi come lui abbiamo bisogno di sapere chi siamo, di ricordi che ci dicono constantemente da che luogo proveniamo, qual'è la nostra origine, cosa abbiamo fatto, e perchè. Le azioni distinguono e identificano un uomo forse... nel presente, nel tempo che ci interessa. Ma se non avessimo neppure memoria del presente, come potremmo dare un valore a quelle azioni e a collocarle in un qualche contesto che ci identifichi in maniera certa?
E così navighiamo nel dubbio.

"Tutti abbiamo bisogno di ricordi che ci dicono chi siamo. E io non sono diverso."

Links:

Nota: la sezione links per Memento è ben nutrita questa volta. Vorrei soprattutto segnalare l'esistenza di un sito ufficiale che è forse il migliore che si sia mai visto da sempre. Realizzato in flash, propone la vista del film da un punto differente, analizzando prove riguardo l'omicidio della moglie di Leonard che nel film non si vedono, rimettendo insieme dei pezzi qua e là, interagendo con un metatesto visuale del tutto particolare. Visitare quel sito, con in sottofondo la colonna sonora originale del film, è un'esperienza unica complementare al film stesso.







Album su web:

Memento


mercoledì 3 settembre 2008

Batman - The Dark Knight

(it. Batman - Il Cavaliere Oscuro)

colore, USA/Hong Kong, 2008, di Christopher Nolan

Durata: 152 min.

Genere: fantastico

Cast: Christian Bale (Bruce Wayne/Batman), Heath Ledger (The Joker), Gary Oldman (tenente James "Jim" Gordon), Aaron Eckart (Harvey Dent/Due Facce) Maggie Gyllenhall (Rachel Dawes), Michael Caine (Alfred Pennyworth), Morgan Freeman (Lucius Fox), Eric Roberts (Maroni)

Sceneggiatura: Jonathan Nolan, Christopher Nolan

Musiche: Hans Zimmer, James Newton Howard

Fotografia: Wally Pfister

Montaggio: Lee Smith

Distribuzione: Warner Bros

Non ho letto molte recensioni dell'ultimo film di Christopher Nolan - perchè "Il Cavaliere Oscuro" è più un film di Christopher Nolan, che uno su Batman -, proprio per essere più imparziale possibile, data il mio coinvolgimento emotivo riguardo ogni opera di Nolan. Le voci sono arrivate comunque, ma cercherò di non tenerne conto.
Già immediatamente dall'incipit si comprende che la mano che sta dietro la regia è quella di uno degli ultimi uomini
in grado di far ancora sognare sul grande schermo, di ricreare quel sano gusto dell'attesa dopo gli snervanti trailer, prima che le luci calino del tutto nel buio della sala. Non si sente musica trionfale, nè quel quasi necessario edonismo estetico che permea ogni opera cinematografica dedita a rappresentare su un differente media il mondo supereroistico. No... questo film inizia silenziosamente, quasi sommessamente, tanto da far dubitare sulla bontà dell'uomo ai comandi dell'audio dietro la parete dalla quale viene proiettato.
Un rapina. E come meglio inziare un nuovo capitolo che vedrà Gotham invasa da una nuova ondata di crimine, da sentimenti d'odio, da forze oscure che di oscuro hanno solo la contorta visione del mondo... niente superpoteri questa volta, niente cose fuori dall'ordinario... no, solo la grezza, violenta, potente forza delle pulsioni umane, spinte al limite, oltre il limite.
E dalla classica rapina, punto d'inizio di ogni film poliziesco, si svela la natura di quest'opera: un poliziesco atipico, che verte sull'equilibrio precario tra giustizia e crimine, tra giusto e sbagliato, o meglio, tra moralmente giusto e moralmente sbagliato, tra è conscio di valicare il limite oltre il quale non è facile tornare e chi lo fa senza rendersene conto.
La rapina sorprende, per il modo in cui viene eseguita, per gli impedimenti, per la freddeza caotica del piano che vi sta dietro. E soprattutto per chi viene derubato.
E si capisce subito che dietro quella maschera da clown non c'è altro che un clown, perchè noi siamo la maschera che portiamo, e questo è il concetto che sta alla base di ogni tipologia di fumettistica rappresentazione del supereroismo, che ovviamente si trasla anche sullo schermo.
E' qui che soprattutto emerge il fulcro del film, attraverso la conoscenza del bene e del male e la capacità di riconoscerli e distinguerli o di farsi confondere da essi: è il Joker,
l'anima contorta di questo balletto d'equilibri, che è squilibrato, che è caotico e distorce ogni cosa. E' la sovversione totale che Christopher e Jonathan Nolan hanno operato nel lungo e intermibabile elenco dei "cattivi" da cinema - una rivoluzione che si estende anche ad altri tipi di narrazione, oserei dire.
Il Joker, la cui natura si radica nelle tradizioni umane e mitologiche più antiche, è il trickster, l'essere privo di ragione, l'ingannatore, ciò che è la cosa più temuta dall'uomo di ogni epoca, ovvero il tradimento, il non potersi fidare, l'impossibilità della logica, il non potersi fidare, dormire sonni tranquilli. E' l'ombra di Loki, della mitologia nordica, di Iktomi - il demone degli inganni - di quella Sioux, Anansi della cultura africana, un essere fatto d'ebbrezza, come Dioniso, incontrollabile, fuori da ogni moralità e superiore per questo agli uomini che ne sono schiavi. E' un archetipo jungiano tra i più curiosi, è un essere da studiare, per capire le nostre paure.
Così è il Joker dei fratelli Nolan, folle, di una follia pura, che a volte vien voglia di cogliere, per liberarsi dai vincoli, per essere veramente liberi, come disse una volta qualcuno. E' questo il Joker, la sua vera anima, la sua vera essenza, la non-ragione, il non-essere. Ricorrente in lui è la storiella di come si è fatto le cicatrici che lo sfigurano in volto, dandogli quel tocco di "Uomo che ride" di Hugo, quel Gwynplaine dal quale giustamente è stato partorito per partenogenesi: è toccante la prima volta, rivelatrice la seconda, quando si capisce che sono entrambe false. Il Joker, così, non spiega la natura delle sue psicosi, non rivela nulla della sua mente, non ci mostra i suoi traumi infantili, a noi psicologi ormai improvvisati grazie a serie televisive e film che ce lo permettono. Il Joker, semplicemente, esiste al di là di ogni nostra capacità di comprensione, non ha identità - si cuce i vestiti da solo, le sue impronte digitali non portano a nulla -, non è niente e nessuno al di là della sua maschera. Non c'è nulla sotto quella maschera, lui E' la sua maschera.
Il Joker semplicemente esiste, e noi ci ritroviamo interdetti, perchè è il male e l'inganno incarnati, senza spiegazione, senza ragioni che ne potrebbero giustificare le azioni, senza facili diagnosi. E poi, chiediamocelo, perchè qualcuno dovrebbe darci spiegazioni per il semplice fatto che esiste?
Il suo concetto del caos valica l'ordinaria follia di Nicholson, con la sua filastrocca nel film di Burton "Hai mai danzato con il diavolo nel pallido plenilunio?". Qui, Heath Ledger, che consegna alla leggenda il suo volto e il suo nome, con questa monolitica interpretazione, fonda un nuovo concetto di follia... la follia lucida d'esser follia.
Joker non ha alcun senso, e lo capisce anche Batman quando lo affronta con la violenza... e le sue parole lo colpiscono "tutta la tua forza non serve qui"... perchè il potere del Joker è nella sua testa frammentata, nel suo io imprevedibile, senza ragione ma in grado di averne, solo quel minimo che gli serve per tornare ad essere libero d'esser irragionevole.
E così, il trickster torna al suo splendore dalle nebbie della mitologia e della cultura umana, per spiazzare ancora, per rendere lo spettatore insicuro, per terrorizzarlo con il suo infinito non-sense.

Tutto giocato sugli equilibri, "Il Cavaliere Oscuro" parla anche delle sfumature, dei confini. Harvey Dent, spettacolarmente interpretato da Aaron Eckart, è il mattatore di molte scene, nell'eterna danza tra il crimine e la legalità. Spazza via le aule, ripulisce le strade, critica i metodi poco puliti, anche se è pronto a farne uso quando lo sporco travalica i confini del suo recinto. Dent è qui presente al 90% come Dent, e non come nei disastrosi e sgargianti film di Schumacher, dove avviene sempre il contrario. Per Dent, in totale opposizione al Joker, è necessaria un'introduzione, per capirne la natura, le ragioni, per assaporare tutta la lenta e straziante caduta negli scomodi panni di Due Facce.
Harvey Due Facce, come lo chiamavano in centrale di polizia, per prenderlo in giro. Ed è così che diventa, un mostro bicipite, un giano bifronte, che serve una giustizia tutta sua, amministrandola con la stessa violenza che combatteva. Due Facce è l'ombra scurissima che viene gettata quando la luce fulgida di Harvey Dent si scontra con la tragica realtà del mondo che ha scelto di vivere. Dent è qui una presenza fondamentale, la seconda delle due facce del film, e tutta la costruzione del suo personaggio rivaleggia con quella del Joker, presenza immensa che rischia di oscurarlo. Il particolare della moneta, fondamentale, viene qui rivelato ironicamente come uno stratagemma che Dent usa per controllare il caso, o meglio, il caos, che invece il Joker vuole sguinzagliare. Ed è ironico ancora una volta che, a metamorfosi avvenuta, Due Facce adesso ha rimesso ordine nel caos, diversificando le due facce della moneta, sicchè è di nuovo possibile che essa possa decidere imparzialmente, senza che vincoli morali possano legarle le mani.
E' un messaggio forte anche la storia di Dent. Lui cade perchè troppo grande e illuminato per essere seguito da meri mortali, quali sono i poliziotti corrotti sotto il comando dell'ignaro Gordon, al quale proprio Dent aveva lasciato un monito riguardo la loro moralità. Anelli deboli di una catena che verrà riscattata dalle scelte operate dalle persone alla fine del film, quando ormai lo schema del Joker sembrava rivelare una follia di massa pronta a scattare ad ogni segno della debolezza della struttura sociale, dell'ingiusta natura del mondo.

Batman e Bruce Wayne sono giustamente due personaggi messi da parte qui, contrariamente a quanto lo erano nel primo capitolo della nuova saga, atto a farci capire le sue ragioni. Qui egli è solo la forza che si oppone alla marea degli eventi che spazzano via lo spettatore, in una sequela di sorprese e scene emozionanti. Batman è chiamato a fare il sacrificio estremo alla fine, che non è quello di perdere la propria vita, ma anzi quello di perdere la propria identità, non tanto con se stesso - ormai è conscio di ciò che è, e di quello che deve fare - ma con gli altri. Decide di prendere la via oscura di chi lotta e non viene retribuito, di chi combatte senza essere riconosciuto, di chi fa il bene non per se stesso ma perchè va fatto, silenziosamente, sistematicamente.
Anche lui travalica dei confini, e ne ha paura, quando viene portato sul terreno di gioco del Joker, che lo manipola costantemente, per tutta la sceneggiatura, fino alla fine, quando l'inganno viene svelato. Ma solo per metà, ovviamente, come la dualità di tutto il film lo rende necessario.

Assistiamo alla preparazione del terzo capitolo, dove ormai Ledger non sarà più presente - un'idea che i Nolan coltivavano sicuramente, quella di renderlo un'incarnata spina nel fianco di Batman, come dovrebbe essere: "Noi due combatteremo per sempre" dice nella scena finale, perchè lui non ha gusto nell'esistere senza Batman, senza un Batman che possa combatterlo e dargli quindi modo di essere ciò che è.
L'esplosione della Tumbler porta i segni della nascita di una più canonica futura batmobile; la morte di Rachel è sicuramente la necessaria premessa ad una nuova presenza femminile accanto a Wayne, possibilmente la Celina di Catwoman.E Gordon, finalmente, si merita i suoi capelli bianchi da commissario, rappresentativi della categoria più dei relativi galloni.
L'eccessiva durata del film non è affatto eccessiva. Sembra un punto morto dopo il secondo tempo, quando tutto rallenta fin quasi a fermarsi... ma non è che la necessaria distensione prima che la corda venga tirata nuovamente con più forza. Un film complesso e stratificato, con decine di chiavi di lettura, avvinto da una storia poliziesca notevole, che lo rende per forza di cose il più complesso e maturo film del suo genere, anzi, gli permette persino di travalicare i confini del suo genere. Così, come un'emblema della sua natura, anche l'intera storia varca i confini, segnando la completa fedeltà al principale messaggio che essa vuole condurre a noi.

Nolan firma un'opera epocale, che si muove ad un ritmo che ha scandito lui, priva di sbavature, forse eccessiva per il target alla quale sono solitamente diretti questi lungometraggi, e certamente al di sopra di ogni cosa mai fatta in questo senso. La tensione è costante per tutto il film, e ci sono pochissimi istanti di rilassamento, delle oasi di pace che vanno godute, nei loro pochi secondi. L'inquietudine è continua, opprimente, perchè la minaccia della follia, dell'imprevedibile, rende tutto instabile. Non si è più sicuri di nulla e spesso si ha ragione in questo.
Vanno regalate alla leggenda di un cinema ormai morente scene indimenticabili come il Joker vestito da infermiera che barcolla fuori dall'ospedale, mentre questo implode e collassa su se stesso, e lui che si indispettisce perchè l'ultima carica non vuole saperne d'esplodere; il suo sistema per far scomparire le matite; alcune memorabili scene con Gordon, come l'arresto dei mafiosi al ristorante.
Ma è un film a strati questo, come un'amara cipolla che fa piangere, che va studiato, visto e rivisto, pieno di tocchi di classe ispirati dall'illuminazione. Va goduto nella sua fotografia giallognola, che riporta ai noir come il primo capitolo; va goduto nella già troppo evidente caratterizzazione dei personaggi. Va asssaporata ogni scena, ogni ripresa, perchè degna di nota... e ogni battuta tra i personaggi, che sanno anche prendersi in giro. Notevole da questo punto di vista la presenza di due grossi calibri come Morgan Freeman e Michael Caine, che riescono a sciogliere la tensione ma anche a fornire il giusto punto di vista di chi ha visto molte cose e sa quali sono gli inganni della vita.

Hans Zimmer e James Newton Howard, insieme sono come Mohammed Alì e Foreman - picchiano duro e lo fanno bene. La colonna sonora è totalmente d'atmosfera, un velo di cupezza calato su tutta la vicenda, e si discosta dal solito motivetto trionfalistico supereroistico. E' piuttosto un continuo vivere sulla tensione dello straordinario, come di fatto avviene nell'intero film.

La scelta dei doppiatori italiani, a lungo criticata, è sicuramente opinabile ma non per questo sbagliata. Claudio Santamaria dà grande prova di sè, soprattutto nelle scene in cui opera come Batman. Le altre voci da segnalare sono sicuramente quelle di Aaron Eckart, di Gary Odlman, ma soprattutto la troppo criticata voce del Joker di Heath Ledger. Si tratta di quella di Adriano Giannini che, come ha giustamente fatto notare, fa del doppiaggio del Joker un affare di famiglia. Come suo padre nei panni di Nicholson nei panni del Joker di una generazione fa, ora lui riprende il testimone, in questo gioco di identità ben riuscito. La sua voce riesce a cogliere tutte le sfumature di un essere in preda ai disturbi emotivi, che non riesce a mantenere una personalità per più di dieci secondi di fila. Impressionante la verve, notevole lo spettro di emozioni coperte, dall'urlo furibondo che mette paura, al parlare sommesso e mellifluo, all'immancabile risata isterica. Giannini forse non corrisponde al cento per cento con l'immagine del giovane Joker, ma quell'immagine la rende grande e la riporta a sé.

In attesa dell'immancabile terzo capitolo, restano dubbi su chi impersonerà il Joker, su chi avrà lo scomodo scettro di erede di Ledger... che si aggiungono ai dilemmi morali sollevati dalla pellicola.
Resta emblematica la scelta della frase atta a chiudere idelamente questo tormentato e contorto capitolo ovvero quel dubbio su ciò che può accadere "se il buono sopravvive tanto a lungo da diventare il cattivo."


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